4:44 non è un disco per l’hype, non è un disco per il marketing (nonostante il marketing per sponsorizzarlo è stato geniale), non è un disco per le vendite, non è un disco di oggi ma nemmeno un disco di ieri, forse non è nemmeno un disco per tutti.

Jay-Z torna, dopo 4 anni di silenzio, sulla scena e lo fa stravolgendo tutti, persino sé stesso.
Le sonorità vanno contro ogni regola di mercato, non seguono la moda, non sono fatte per piacere ma sono fatte per chi ascolta con piacere.

Sulle strumentali si riversa tutta la liricità dell’uomo Shawn Carter, del maestro Jay-Z che è entrato nella “Songrwriter Hall of Fame” sicuramente non per caso.
Il fatto che ci sia un unico produttore, No I.D., lo rende un disco fuori dall’oggi, dove con la musica si ferma il tempo e si riesce a entrare nel mondo più profondo di Mr. Carter.

Qui Jay-Z si spoglia completamente dal suo personaggio e da rapper diventa uomo, da Jay-Z diventa semplicemente Shawn Carter, marito, padre, azionario, uomo . Ecco che il disco inizia con “Kill Jay-Z”, ed ecco che il personaggio che tutti conosciamo scompare infatti per 10 brani.

Nel tredicesimo album di Jay-z non c’è spazio per la droga, per le puttane, i soldi, le armi e tutta la cornice che accompagna l’hip hop nel suo mondo ideale e soprattutto commerciale. Proprio per questo è un disco che difficilmente verrà capito dai nuovi, da chi si approccia al rap chiuso mentalmente e soprattutto a chi pensa che il rap sia soltanto quelle 4 cose citate prima (proprio per questo ai fan italiani dico, prima di giudicare, leggetevi i testi).

Nel suo ennesimo lavoro da artista il rapper di Brooklyn si mostra al mondo come mai fino ad ora e dimostra a tutti che con il rap, con la musica in generale, si può davvero parlare di qualsiasi cosa.
In uno spazio intertemporale, in un limbo tra il Gangsta’ Rap, il Soul e il Jazz (chapeau per No I.D.), Shawn Carter ci parla del suo matrimonio, dell’importanza della famiglia, dell’amore per i suoi figli e della comunità nera e tutto il discorso legato alle sue origini afroamericane.

Tema fondamentale di tutto LP è infatti la cosìdetta “Black Excellence”: culmine di tutto è “The Story of OJ” passando poi per “Smile” e soprattutto per “Legacy”.
Jay-Z porta da anni avanti il concetto di capitalismo nero, che sostanzialmente consiste nel vedere i neri che hanno fatto successo acquistare i loro beni principalmente da aziende con origini black, da altri neri. E mai come in questo lavoro Jay-Z va a fondo con il suo credo.

Per capire a fondo il tutto consiglio il video di “The Story of OJ”, uno short film destinato a far parlare, che riassume tutto questo concetto sparso poi nell’intero album.
Insomma una lotta per l’emancipazione degli afroamericani che dall’epoca della schiavitù non è mai finita, e Jay-Z è un po’ il nuovo Nelson Mandela, il nuovo Luther King.
Anzi non è il nuovo nessuno, Jay-Z è Shawn Carter, fine.

E la storia l’ha già fatta, la sta facendo e nella storia è destinato a rimanerci, e non solo in quella della musica.
4:44” è, a detta dello stesso autore, forse una delle migliori canzoni che lui abbia mai scritto. Non mi sento di dargli né torto, né ragione ma è sicuramente una traccia onesta, scritta dal profondo, come poche.
In questo pezzo Shawn si scusa con la moglie per il “famoso tradimento” e potrebbe essere etichettato come la risposta a Lemonade, anzi sicuramente lo è.

Ma qui si va molto oltre.
Qui viene fuori tutta l’umiltà di un uomo capace di mettersi in ginocchio davanti al mondo intero per la moglie, per i figli e per tutto ciò che la famiglia concerne.
Si prosegue con “Family Feud” (con appunto il contributo vocale di Beyoncè) dove l’autore sottolinea le tematiche legate ai valori della famiglia, dove per famiglia si intendano anche i propri cari come amici stretti e fidati.
Menzione speciale per “Moonlight” dove, quasi con un’ironica supremazia (che poi tanto ironica non è), guardando tutti dall’alto, Jay-Z le manda a dire all’intera scena moderna, accusando le nuove generazioni di rapper di essere tutte uguali, piatte.
Ogni track è curata nei minimi dettagli, dal suono al testo. E non dimentichiamoci che Jay-Z resta comunque un rapper e la sua dote non l’ha persa, il buon flow non manca e le parole si adagiano perfettamente sulle basi, senza sbavature, senza strafare.

Volendo andare nei dettagli:
Featurings Frank Ocean, Gloria Carter (la madre), Beyoncè e Damian Marley e con la voce della figlia Blue Ivy. Il disco è composto da 10 tracce ed è uscito in esclusiva per Tidal (e questa è l’unica mossa di mercato, ma quasi un dovere per ovvi motivi), dove sulla piattaforma si può anche trovare il video di “The Story of OJ”.

Fregandosene della Trap, del Rap di oggi, di qualsiasi altra legge di un mercato musicale che è ormai un tiranno, Jay-Z sforna un album né nuovo né vecchio. Un album vero, cosa che di questi tempi manca.
L’album di un uomo, di una leggenda dell’hip hop che si lascia alle spalle tutto l’immaginario di questa cultura e ci apre le porte della sua vita anche più privata.
La discografia di Jay-Z è immensa ed è, soprattutto, anche grazie ad essa se oggi esiste tutto questo mondo bellissimo chiamato Rap, ma un album come questo mancava. E probabilmente mancava anche a Jay-Z, che sentiva la necessità di un’apertura tale.
E forse proprio per questo sarà veramente il suo ultimo lavoro musicale. Forse.

All’età di 48 anni Shawn Carter non si è reinventato, ha “semplicemente” scritto della sua vita, per farci ricordare che ora, prima di essere Jay-Z , lui è un uomo con una moglie e dei figli. Ma è soprattutto un uomo con dei valori, arrivato dove voleva arrivare senza mai dimenticarsi da dove è partito. E nonostante la fama e il successo questi valori li ha sempre voluti mantenere e tramandare. 4:44 arriva a noi come fosse un testamento, una lezione, un insegnamento.

Jay-Z è un padre, ma non soltanto di 3 figli. Vuole essere il padre di tutta questa “roba” qui. E usare il condizionale sarebbe un errore.
H.O.V. ci ha veramente dato tutto, per ora.