WOC: intervista al designer torinese alla corte di Virgil Abloh
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IOBI Magazine ha incontrato WOC, giovane designer con all’attivo collaborazioni di prestigio con Off-White, per un’intervista esclusiva ricca di dettagli

Se a 23 anni, fresco di diploma in pittura presso l’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino, sei già un creativo che collabora con Off-White, qualcosa di speciale nel tuo talento ci dev’essere. Specialmente se Virgil Abloh decide di affidarti le illustrazioni per la capsule collection su Michael Jackson. Non arrivi da una capitale del fashion, non arrivi da un paese ricco di opportunità in quest’ambito, non sei nei giri aristocratici che forgiano gli eletti: devi essere semplicemente – ma dannatamente – bravo, allora. È proprio così nel caso di WOC, alias dietro al quale si cela Flavio Rossi, giovane creativo che ha legato il proprio nome ad uno dei brand con più hype degli ultimi anni, ma non solo. Lo abbiamo incontrato per fargli qualche domanda sul suo lavoro, sulla collaborazione con OW, sulla sua visione del design e del fashion e sul brand per il quale ricopre il ruolo di direttore creativo, ossia la realtà tutta torinese Italia 90.

PARIS, FRANCE – SEPTEMBER 28: Virgil Abloh is seen on the avenue Montaigne on September 28, 2018 in Paris, France. (Photo by Pierre Suu/Getty Images)(Virgil Abloh indossa una t-shirt disegnata da WOC)

Riccardo Primavera: Ciao Flavio, sei sicuramente un volto nuovo per i lettori di IOBI Magazine. Facciamo quindi un po’ di convenevoli: ti va di raccontarci qualcosa di te?

WOC: Ciao Riccardo! Potrei definirmi prima di tutto un grande appassionato di immagini. Sono da sempre affascinato dal potere dell’immagine e dalle molteplici forme che da migliaia di anni riesce ad assumere. Partendo dalle immagini del web, passando per le fotografie di cronaca, fino ad arrivare ai loghi di brand e multinazionali, sono fortemente attratto dagli infiniti valori simbolici ed estetici che l’immagine ha acquisito nella nostra era contemporanea. Amo anche la musica, non potrei vivere senza. Questo sconvolgente periodo della trap, ha condizionato in maniera fortemente positiva il mio percorso creativo degli ultimi anni. Posso dirmi molto interessato alla creatività in generale, dall’arte contemporanea al fashion… Spesso amo indagare anche la bruttezza delle cose. Se una situazione è grottesca, vuol dire che mi interessa!

R.P.: Il tuo alias, quello con cui ti firmi e con cui sei presente su Instagram, è WOC. Come nasce e cosa significa questo acronimo? Sempre se di acronimo si tratta…

WOC: Purtroppo il nome Woc non ha una storia particolarmente intrigante da raccontare. L’ho inventato, senza pensarci troppo, insieme ad un mio amico durante le scuole medie. Stavo scoprendo il mondo dei graffiti, una passione che non mi ha mai abbandonato, e quello mi sembrava un buon nome da utilizzare come tag. Mi è subito suonato bene e non l’ho mai cambiato.

R.P.: Nello stesso anno hai realizzato l’invidiabile doppietta diploma all’Accademia delle Belle Arti e collaborazione con Off-White: com’è nato il rapporto con l’azienda legata a Virgil Abloh? Senti addosso una responsabilità particolare nel lavorare con una realtà simile?

WOC: Sì, è stato un traguardo di cui vado molto fiero! Ho iniziato a lavorare per Off White a fine 2017, quando ancora frequentavo l’Accademia. Sono un appassionato di sneakers, Nike principalmente, e amo riprodurre i modelli che più mi interessano disegnandoli su un piccolo taccuino. Circa un anno fa ho riprodotto a matita alcuni modelli di Nike “The Ten” by Virgil Abloh postando il disegno su Instagram. E’ stato lui stesso, dopo averli notati, a contattarmi chiedendomi di realizzare degli artwork per la nuova collezione di Off-White. Personalmente non posso definire vera e propria responsabilità quella che sento sulle spalle, ma più una forte esigenza di fare sempre meglio! Penso che non ci siano grandi differenze tra lavorare per realtà tanto piccole e casalinghe quanto enormi e influenti come Off-White. Il mio approccio professionale è lo stesso. Credo che per intraprendere un percorso soddisfacente bisogna lavorare al meglio delle proprie capacità in qualsiasi tipo di occasione.

(Illustrazione di WOC per la capsule collection di Off-White dedicata a Michael Jackson)

R.P.: Non staremo qui a chiederti di raccontarci vita, morte e miracoli del designer più chiacchierato del momento, piuttosto volevamo sapere: cos’è che ti ha colpito maggiormente di un brand come quello di Abloh, dal punto di vista lavorativo?

WOC: Off-White è indubbiamente il brand più popolare e interessante del momento. Ha già fatto storia. Virgil è riuscito a sconvolgere totalmente l’intero universo dell’abbigliamento, agglomerando fashion e streetwear sotto un unico nome sviluppatosi esponenzialmente in brevissimo tempo. Quello che mi colpisce di più dell’intero progetto Off-White è l’estrema attualità del marchio. Un marchio indissolubilmente legato alla fruizione attraverso i social media. E’ un progetto che rappresenta alla perfezione l’identità del tempo in cui viviamo. Ritengo che abbia dato una grossa spinta ad un evidente cambio generazionale nel mondo della creatività universale.

R.P.: Nell’ultimo anno hai anche tenuto due mostre importanti a Torino: È FINITA! e LEONE, rispettivamente presso Docks 74 e Spazio Buonasera. Ti va di parlarcene in maniera approfondita? Quali erano i concept centrali e come li hai sviluppati?

WOC:  A febbraio 2018 ho inaugurato la mia prima mostra personale negli spazi di Docks 74 a Torino, un suggestivo spazio espositivo legato principalmente all’ambiente dei graffiti e della street art. Era successo che nel Novembre precedente la nazionale Italiana aveva clamorosamente perso l’opportunità di qualificarsi ai mondiali, suscitando un evidente polverone mediatico. Per la mostra, ho voluto tornare indietro nel tempo di 12 anni, nell’estate del 2006, quando la nazionale Italiana i mondiali di calcio riuscì a vincerli. Ho selezionato alcune immagini che avevo chiaramente impresse in mente, come lo sguardo di Totti prima di tirare il rigore al 90° contro l’Australia, oppure l’indimenticabile momento in cui venne alzata la coppa tra una pioggia di coriandoli, riproponendole sotto forma di disegni e dipinti di varie dimensioni. Ho voluto ri-raccontare quell’ evento utilizzando il mio personale linguaggio, mettendolo a confronto con la contemporaneità. Cosa è cambiato nella società, nello sport e nella comunicazione, in poco meno di 12 anni? Mi piace lasciarmi ispirare da tutto ciò che mi accade attorno.

R.P.: E invece LEONE com’è nata? Come ha risposto Torino ad entrambe?

WOC: Due mesi dopo ho realizzato LEONE, questa volta allo Spazio Buonasera, un piccolo ma accogliente spazio espositivo dedicato all’arte contemporanea. Da qualche mese stavo seguendo attraverso i social la gestazione di Chiara Ferragni. Un evento mediatico senza precedenti. Sono affascinato dai personaggi estremamente popolari, mi interessa infatti capire cosa comunicano e come scelgono di farlo. Mi diverte immaginarmi nei loro panni. Per questo ho aspettato che su Instagram comparisse la primissima foto raffigurante il neonato Leone. Non sapevo assolutamente cosa aspettarmi, ma il risultato mi stupì: il 19 Marzo Chiara condivide una commovente foto di famiglia sul letto dell’ ospedale, con al centro della composizione il minuscolo neonato. Era perfetta, sembrava un moderno Caravaggio. Dopo una decina di giorni la mostra era pronta per essere inaugurata. Ho realizzato due grandi pitture murali a spray. Da un lato la riproduzione della foto in questione e dall’altro quella di una immagine proveniente dalla pagina Facebook “Le ali del sorriso”, un simpatico topolino Jerry che augurava la buonanotte ai seguaci della pagina. In quei giorni successe anche lo scandalo di Facebook e Cambridge Analytica.  Non c’era momento migliore per dedicare una mostra alle immagini del web. La città in tutti e due i casi ha risposto benissimo. Non mi sarei mai aspettato una così alta affluenza di pubblico. Torino è una città storicamente permeata dal valore dell’arte. Di solito risponde molto bene ai numerosi eventi artistico-culturali… Certo è che si potrebbe fare ancora di più!

(Illustrazione parte della mostra LEONE di WOC)

R.P.: Il tuo biglietto da visita ci informa anche del fatto che sei direttore creativo per la giovane realtà torinese Italia 90, specializzata in custom di varia natura, che pian piano si sta facendo strada in un mercato spietato, grazie anche ad endorsement importanti – pensiamo a Willie Peyote o a Beba e Rossella Essence. Come nasce il brand?

WOC: Ho conosciuto Mike e Frenklin, i fondatori del marchio,  più o meno due anni fa. Mike è da sempre commerciante e grande esperto di tessuti. Aveva questa idea di realizzare un progetto sulla ricerca di tessuti e creazione di capi customizzati, ma necessitava di un supporto creativo. Avrei potuto aiutarlo e visto che il progetto mi è sembrato da subito un’idea interessante, ho colto la palla al balzo. Abbiamo iniziato a collaborare con estrema sintonia dando vita, un anno fa, ad Italia 90. Al team, in brevissimo tempo, si sono aggiunti altri amici, ognuno specializzato nel proprio ambito, dalla fotografia alla sartoria (anche se possiamo definirci piuttosto multitasking!). Siamo come una grande famiglia, ci piace sperimentare. Stiamo iniziando a collaborare con diversi artisti, anche perchè la musica fa parte al 100% dei nostri percorsi personali, alcuni di noi infatti sono anche musicisti. Penso sia fondamentale ampliare il raggio della creatività dialogando a stretto contatto con realtà differenti.

R.P.: Come si sviluppa invece la tua idea artistica intorno ad Italia 90? Cosa possiamo aspettarci nel prossimo futuro del brand?

WOC: Italia 90 è un brand che vuole contaminare ed essere contaminato. Mescolare marchi e brand dando vita a nuovi capi di abbigliamento è per me come amalgamare i colori su una tavolozza. Alla fine del processo avrò creato qualcosa di nuovo che non esisteva prima. Penso che progettualmente non ci siano differenze tra la creazione di un dipinto o di un capo di abbigliamento. Mi piace l’idea che l’identità del marchio rappresenti concettualmente il meltin pot di stili, suoni e immagini in cui viviamo. Non possiamo negarlo, oggi più che mai le distanze si sono accorciate e siamo costantemente influenzati da qualsiasi cosa accada nel mondo. È questo il bello! Tagliamo e incolliamo per creare qualcosa di nuovo…con il nostro stile. Possiamo definirci dei dj del fashion.  Tutto quello che avviene intorno ai nostri prodotti nasce sempre dal confronto. Anche tra di noi abbiamo bisogno di confrontarci e influenzarci a vicenda costantemente. C’è sempre qualcosa a cui non pensi se pensi da solo! Cosa dovete aspettarvi? Questo starete a vederlo.

(Uno dei capi disegnati da WOC per Italia 90)

R.P.: Ci lasciamo con un’ultima domanda: quale sarà per te il brand su cui puntare nel 2019?   

WOC: Non sono molto bravo con le previsioni. Credo che quello che succede nel futuro è sempre quello che non ti aspetti. È evidente che il mondo dello streetwear e dell’alta moda è in una fase di ascesa, specialmente tra i giovani e giovanissimi e lo sarà sicuramente ancora per qualche tempo. Molti marchi stanno cavalcando questa onda ma solo chi continuerà ad offrire un prodotto caratterialmente forte riuscirà a mantenersi il posto sulla cresta. Credo comunque che nel futuro, in questo ambiente vastissimo, ci sia sempre più spazio per qualunque creativo che abbia voglia di raccontare una storia accattivante.

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